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Solchi sperimentali

 Solchi sperimentali

E' uscito recentemente un libro curato da Antonello Cresti che cerca di mappare la scena musicale sperimentale in Italia. 
Il titolo è un colpo dritto al cuore del problema: Solchi Sperimentali



Il compito non è facile a partire da una precisa definizione di ciò che può essere considerato sperimentale e da ciò che non lo è. I confini a volte appaiono non definiti e la sperimentazione può scivolare verso l'incomunicabiltà

Abbiamo intervistato l'autore proprio per tentare di disambiguare questo passaggio complesso dell'analisi storica e musicologica.  
 
Ci dai una definizione di musica sperimentale? 
 
Le definizioni, da sempre, mi fanno venire l’orticaria! Soprattutto perché definire (e dunque delimitare) la creavità mi appare una operazione alquanto sconveniente. Il sottotitolo del mio libro allude, proprio per questa idiosincrasia, a delle fantomatiche “musiche altre”, espressione che significa tutto e niente, ma che spero riesca a far immaginare una sorta di soglia ideale tra tutto ciò che è convenzionale ed un universo fatto di vere alternative.
Il termine “sperimentazione”, da questo punto di vista, secondo me, più che un approccio stilistico o compositivo, dovrebbe indicare una attitudine alla esistenza, una volontà di non farsi normalizzare, che si traspone nella propria opera creativa. Credo che sia fatale che chi non si riconosce nei miti di massa di questa società, finisca per fare cose “strane” anche in musica.
 
C'era una definizione del designer Raymond Loewy che limitava lo "impeto sperimentale" ad una soglia di "comprensione" da parte del pubblico. Anche la sperimentazione se non e' comprensibile ai propri contemporanei e' inutile. C'e' il rischio che la sperimentazione sia solo un'espressione dell'incapacità di comunicare dell'artista? 
 
Se c’è una cosa che mi disturba della cosiddetta avanguardia è l’idea nutrita da molti ambienti di sentirsi superiori al pubblico, nonché l’illusione di mantenere una propria purezza eludendo il contatto coi potenziali ascoltatori. Un artista, secondo me, dovrebbe si restare fedele a se stesso, ma al contempo cercare di raggiungere più responsi possibili. Si può piacere a pochi o a tanti, ma l’abdicare a questa dimensione significa a mio avviso alzare bandiera bianca! Io stesso cerco di scrivere di cose che mi appassionano e che non sono patrimonio della massa, ma mi muovo come se dovessi parlare a tutti.
Questo spiega anche la grande trasversalità che caratterizza la mia ricerca, in cui si trovano opere di difficile ascolto, giustapposte ad altre che in molti non esiterebbero a definire “godibili”. Occorre andare oltre ad estremismi di facciata…
 
 
C'e' qualche musicista o gruppo che hai contattato e che ha rifiutato di partecipare perche' non accettava la "etichetta" sperimentale? Detta in altre parole: si corrono dei "rischi" a definirsi sperimentali? 
 
Per il libro ho intervistato 170 artisti. Ho ricevuto due o tre dinieghi, uno anche piuttosto bizzarro, ma nessuno mi ha detto di avere problemi nel riconoscersi all’interno del mare magnum delle sperimentazioni, probabilmente anche perché ho sempre messo in chiaro quanto inclusiva volesse essere la mia ricerca, aperta alle musiche più radicali, ma anche alle forme più tradizionali. Dunque, per metterla in battuta, mi verrebbe da dire che il rischio è il mestiere dell’artista di ricerca e la mia esperienza me lo conferma!
 
Come ogni disciplina quando sperimenta essa apre le porte a contaminazioni e provenienze diverse che la espandono. Oggi l'offerta musicale e' estremamente ampia e questo in parte crea uno squilibrio tra numero di persone che producono musica e persone che l'ascoltano. Nella musica ci puo' essere una responsabilita' in questa eccessiva proliferazione imputabile alla sperimentazione? 
 
Non credo che questa possa essere una “colpa” imputabile alla sperimentazione. Credo piuttosto che sia un vizio della postmodernità (esasperato dai moderni media tecnologici) quello della estrema frammentarietà. Il risultato, quali che siano le cause, è che al momento riuscire a districarsi nella marea di offerte musicali diventa difficilissimo anche per un addetto ai lavori. E si finisce inevitabilmente per perdersi qualche tesoro nascosto. E’anche per questo che personalmente non nego che anche il caso abbia la sua bella parte nelle esperienze di ascolto di ciascuno di noi.
 
Dici di aver appreso la sperimentazione musicale sopra tutto dall'Italia piuttosto che da altri ascolti. In Italia c'e' stato o c'e' ancora un territorio privilegiato della sperimentazione? 
Se si perché proprio in Italia? 
 
E’ indubbio che negli anni il nostro paese non ha mai smesso di rappresentare un interessante avamposto di originalità per le musiche di ricerca. E’ una vicenda iniziata con le sperimentazioni elettroacustiche e la library music e poi continuata attraverso il progressive, l’industrial, la “occult psychedelia”. Non saprei dire perché l’Italia abbia saputo manifestare in questi ambiti tanta originalità (una originalità peraltro riconosciuta forse più all’estero che all’interno dei nostri confini), però una riflessione mi sembra significativa: se altrove la forbice qualitativa tra musiche più esplicitamente di comunicazione ed altre più sperimentali è più ristretta, in Italia c’è un divario sconvolgente tra il pattume che solitamente caratterizza la produzione pop-rock e il tesoro rappresentato dal sottomondo di ricerca che da decenni ci attraversa.
E’ come se in Italia fossero scomparse le cosiddette “zone grigie”. Questo mi fa pensare quanto siano preziose le musiche di cui ho parlato nel libro…
 
Dalla scelta/selezione operata verso i musicisti contemplati dal tuo testo emerge più o meno latente un peso specifico diverso rivolto al progressive. Credi che il progressive italiano e internazionale sia stato o sia ancora la via privilegiata alla sperimentazione? 
 
Il progressive italiano ha senza alcun dubbio rappresentato un caso in cui la musica proveniente da un mercato per così dire “periferico” è riuscita ad acquisire una credibilità stabile, forse addirittura crescente, in tutto il resto del Mondo. Questo avviene tutte le volte che si cerca di esprimere qualcosa di proprio, di peculiare e dunque, da questo punto di vista (l’ho espresso anche nel libro), io non sono in realtà molto interessato al progressive un po’ derivativo del nostro paese, ma nel libro cerco di dare una visuale sghemba agli anni settanta e a quello stile, che per me sono stati soprattutto la Cramps (Area, etc…), certo mondo etnico prima che esistesse la world music (Aktuala, Carnascialia) e tutto il cenacolo “spiritualista” raccoltosi attorno a Battiato (Rocchi, Camisasca, Albergo Intergalattico Spaziale, Cacciapaglia, etc…). Questi avamposti secondo me restano oggi tra le eccellenze assolute della nostra musica di ricerca, e non hanno perso negli anni un briciolo del loro fascino, proprio in virtù della loro assoluta non aderenza ai modelli anglofoni.
 
Se e' vero che la sperimentazione, al di la' delle vicissitudini personali, dovrebbe far sempre emergere qualcosa di nuovo e inatteso, e se e' sempre vero che gli ascolti costituiscono il miglior modo per confrontarsi con altri musicisti; come si puo' essere sicuri di muoversi su un territorio sperimentale non battuto già da altri? 
 
Non so se l’ossessione di dire qualcosa di veramente nuovo sia adesso percorribile. E tutto sommato non so neanche se questa sia la principale garanzia di qualità di un prodotto. Bisogna accettare serenamente che nulla nasce da nulla e che riconoscere delle proprie radici è operazione essenziale. A fare la differenza, oggi più di ieri, sarà la personalità dell’artista.
Se metti davvero te stesso e il tuo mondo in ciò che fai creativamente è molto difficile che finirai per essere meramente imitativo. Questo vale per l’ambito di cui parliamo, ma ancora di più per chi scrive canzoni.
 
Qual'e' il tipo iter di una band o di un artista che sceglie di sperimentare? La sua "carriera artistica" e' peculiare nel nostro paese o altrove il suo destino potrebbe essere diverso?
 
Le vie per esprimersi sono infinite. Io mi soffermerei sui punti deboli che spesso rendono nel nostro paese ancora più difficile che altrove la diffusione di certi prodotti: c’è innanzitutto una sorta di complesso di inferiorità che sarebbe giusto fugare. Ancora più pernicioso è il solipsismo vaneggiante di chi si sente bello e puro solo a coltivare il proprio orticello, senza capire che senza un senso di unità e di comune appartenenza (“avere gli altri dentro di sé”, cantava Gaber…) non si va da nessuna parte. Ecco, tra tutte le cose di cui sono orgoglioso del mio libro, quella che mi rende più felice è stata l’energia che ha fornito a moltissimi in questa direzione.
“Solchi Sperimentali Italia” è stata un’opera collettiva che, mi auguro, potrà indicare con ancor più forza che non esiste alternativa alla collaborazione. Molti sono i segnali in questo senso, fortunatamente…

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